di Angelo Bianco Chiaromonte

I SANTINI DEL PRETE ALLO S.T.A.P.

Nella risoluzione di un lavoro devono essere superati i linguaggi culturali, sociali, filosofici.             Haim Steimbach

E’ lì, lo spazio è lì e puoi sentirlo.                                                                                                         Gabriel Orozco

Ultimo di molti atteggiamenti artistici contemporanei sembra quello della necessità di ristabilire un rapporto stretto con la realtà, si sente la necessità di superare l’autoreferenzialità che ha giustificato molta dell’arte prodotta negli scorsi anni. Si scandaglia la possibilità di un confronto col mondo e stabilire con esso un rapporto privilegiato nella riconosciuta eterogeneità degli strumenti a disposizione.

Infatti la produzione de I Santini Del Prete nasce dal presupposto che ogni operazione artistica è un qualcosa di realizzabile e non estraneo alla propria vita, addirittura “popolare” e nella testa di tutti identificandosi così nel pensiero beusyano e nel profondo desiderio di libertà che esiste in ognuno, puntando così sul recupero di un’identità individuale spesso messa fra parentesi da un’esistenza omologata e omologante.

L’operazione prodotta per lo S.T.A.P. in apparenza sembra semplicemente un atto di de-contestualizzazione per cogliere il dis-abituale annidato dietro una lunga abitudine o per aprire duchampianamente l’attenzione sull’inesauribilità delle cose: in realtà un procedimento che non si basa sul rallentamento dello sguardo, sulla focalizzazione dei dettagli più insignificanti del quotidiano, ma sul rilevamento dell’ambiguità e della scambievolezza insita in tutti i soggetti.

Gli artisti in questo caso ci mostrano come un soggetto comune, pur “restando” formalmente e sintatticamente lo stesso, possa essere trasferito in un altro discorso, in un altro spazio percettivo e fruitivo dove la domanda , come suggerisce il filosofo Arthur Danto, non è più “che cosa è l’arte”, ma “come mai qualcosa è arte e qualcosa di assolutamente identico non lo è più” ?

Spostata dall’irrealtà dello S.T.A.P. la realtà cade ancora sotto i nostri sensi, è ancora corpo sensibile, ma anche corpo senza corpo. Essa lascia all’esterno il valore funzionale per assumere quel valore aurorale che l’arte per convenzione culturale già possiede. torna nella dimensione del consumo, del mercato, della vita: ma vi torna paradossalmente proprio abbandonando i luoghi del vivere, dell’abitare.

Il lavoro artistico così non si dà più con evidenza visiva, come manifesto, ma come innesco di un incessante “lavoro interpretativo intorno a dati di senso”. I Santini Del Prete sentono la propria vita come possibilità artistica che non ha bosogno di essere formalizzata, perché l’identificazione dei due termini (vita e arte) è un processo spontaneo inevitabile. Per questo non cercano alcun palcoscenico concettuale per trasformare la vita in operazione artistica e i mezzi di cui si servono sono solo documenti transitori il cui unico valore è nell’essere impregnati forse di afettività.

Il “sentire” beusyano diventa il lavoro stesso, strutturato come una rete in cui niente viene pianificato alla perfezione. I due ferrovieri parlano senza mediazioni della propria identità e del rapposto con gli altri. Questo bisogno diretto colloca lo spettatore in una posizione frontale rispetto gli artisti stessi, prima che ai singoli frammenti del lavoro, riuscendo a collocarlo in una narrazione del vissuto quotidiano-sociale , in cui il piacere per il gesto minimo conduce alla creazione di performance leggere ed evanescenti quasi vaghe e impercettibili. Si ha la sensazione che un aspetto ludico rientri a base della loro progettualità di minima variazione dove anche lo spazio espositivo, citando la Parmesani, non è più per gli artisti “il luogo della raccolta e dell’esposizione, ma bensì la palestra, il ginnasio del valore della vita quotidiana, lo spazio dove si sperimenta la creatività”.

Attraverso l’uso del corpo i Santini del Prete si sono scelti un soggetto di lavoro condiviso da tutti; è qualcosa di cui chiunque possiede un’autentica esperienza personale.

I loro corpi si mantengono abbastanza neutrali come qualcosa attorno al quale si può girare intorno, riempirlo con le stesse vite di chi guarda. Non è didattico, non si tratta di dire alla gente come dovrebbe pensare… è aprire una nuova situazione esistenziale.

 Firenze 1997

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