di Angelo Baj

I Santini Del Prete

Giocano o sono seri?

Artisti o ferrovieri?

Mentono o dicono il vero?

L’abito fa il monaco? e la monaca?

Pare proprio che mentano come il famoso Cretese che affermava che tutti i cretesi mentono.

Fortunatamente le FS, diventando S.p.A., ci hanno aiutato a smascherarli (ma solo in parte): col nuovo corso sono cambiate le uniformi dei ferrovieri, ma non quelle de I Santini Del Prete, almeno quando non prestano servizio.

Allora la loro divisa è (o meglio era) autentica e oramai è un pezzo d’antiquariato: è quindi rara e storica. È vera e falsa allo stesso tempo in quanto obsoleta e I Santini Del Prete continuano ostinatamente ad indossarla perché, nel corso della loro carriera artistico-ferroviaria (o ferroviario-artistica), questa è la vera e sola uniforme che li identifica. Così le FS, senza saperlo, hanno contribuito a rendere esplicita e definitiva la scelta dei Santini Del Prete che non indossano tanto la divisa da lavoro ma una divisa da artisti-ferrovieri, cioè da tutto fuorché da artisti. Mentre, all’inizio della loro carriera, stava allo spettatore capire che quella vera divisa era utilizzata in un falso contesto (per la divisa ovviamente), adesso la nostra coppia non assomiglia più tanto a due ferrovieri fuori luogo (un fuori luogo che è da sempre stato quello dell’utopia di una schietta comunicazione), ma piuttosto fuori tempo. I Santini Del Prete non temono il trascorrere delle stagioni, la loro divisa è la parte immobile del loro essere e si contrappone alla natura estremamente agile ed inventiva che vivifica le loro performance.

Inoltre, la divisa svolge un ruolo doppiamente critico: da un lato nega le funzioni proprie di ogni divisa: stabilire gerarchie e ruoli, dare riconoscibilità e lustro (come nell’Ultima risata di Murnau), dall’altro fa il verso alla massa di artisti che si mettono una divisa da artista “posticcia” e pensano che essere artista sia apparire in un certo modo: insomma si tratta di uno smascheramento della vuota esteriorità. Per I Santini Del Prete, invece, la divisa ha una funzione ludica e artistica, che poi, per i due ferrovieri fa lo stesso. Le divise producono un tipo particolare di mimetismo che, da un lato vuole camuffare, cioè ingannare, spiazzare, e, dall’altro, indica, comunque, la loro origine.

Allora, alle domande che ci siamo posti in principio, risponderemo che I Santini Del Prete fanno ora questo ora quello, anzi tutto insieme, proprio come il famoso Cretese.

A questa impostazione contribuisce lo stesso nome collettivo, che può apparire ben orchestrato e carico di significati più o meno nascosti (cosa saranno mai dei santini di un certo parroco che fanno gli artisti?), ma che, in realtà, deriva dall’unione dei due cognomi anagrafici: con la semplice aggiunta dell’articolo, che muta i due cognomi in sostantivi, la denominazione anagrafica ed “ufficiale” viene reinventata, rivisitata, ma non negata, dando così, origine a qualcosa di nuovo ed ironicamente dissacrante (proprio come nel caso della vera divisa da ferroviere).

Cosa saranno mai questi santini che ci possiamo procurare da un certo prete? Ad un primo colpo d’occhio, sono le icone atemporali ed immutabili delle divise, ciò che per primo si dà a vedere, immobili e sempre uguali a se stesse proprio come dei santini che si conservano, si invocano per ottenerne il favore. In seconda battuta, con uno spiazzamento simile a quello prodotto dai personaggi di una scena de Il fantasma della libertà di Buñuel i quali si servono di immaginette sacre come posta in una partita a carte, la sacralità dei nostri Santini svanisce e sono loro che “invocano”, stimolano il pubblico ad entrare nel gioco della creazione artistica, grazie ad un contatto diretto come quello che ha il fedele davanti ai suoi santini.

Lo spirito di questo contatto diretto, di questa “comunione” è espresso nel Manifesto della non-arte (1999) dei Santini di cui citiamo lo slogan “Multiplicité – Créativité – Solidarité” che è “il nostro invito a tutti gli uomini che sentono di dover collaborare attivamente allo sviluppo ed al progresso dell’umanità, siano essi artisti (sia ben chiaro che noi amiamo gli artisti a tal punto da volerci amalgamare con loro) oppure non artisti come noi”.

Ma è anche sempre, necessariamente, presente nelle loro opere o azioni che siano. I Santini Del Prete sono militanti dello stare insieme in armonia, espressione di una micro Città del Sole (dell’arte) che deve essere estesa il più possibile. E la prima estensione è certamente rappresentata da Palazzo Marini, nell’antico borgo del castello di Rosignano Marittimo in cima ad una collina, che ospita la serie fotografica I Santini Del Prete a Palazzo Marini ad opera di Angelo Bani, guarda caso, anch’egli ferroviere, però non solo collega, ma anche amico. Palazzo Marini, come dicono I Santini Del Prete, è “luogo particolarmente caro ed impregnato d’affetti sia perché tra le sue mura avvengono periodicamente gli incontri di comunione artistico-spirituale con i nostri carissimi amici de La Casa dell’Arte insieme ai quali organizziamo mostre ed eventi, sia perché incontriamo artisti di tutta Italia che vengono ad esporre nel palazzo permettendoci di realizzare il sogno di portare l’arte contemporanea al paesello”.

Della Casa dell’Arte è presidente Bruno Sullo che, secondo la stessa prospettiva conviviale dei Santini del Prete con un racconto dal titolo già significativo, Opera Aperta, (come aperta è l’esperienza della Casa dell’Arte), ha chiamato i lettori ad essere attivi, a farsi coautori proponendo ognuno il proprio finale.

E di Palazzo Marini cosa vediamo nelle fotografie di Bani? A dire il vero ben poco: qualche scorcio limitato, un paio di gradini, le piastrelle del pavimento, porzioni di muro di sasso. L’attenzione deve concentrarsi soprattutto sulle porte e finestre che permettono ai Santini Del Prete di guardare fuori e rivolgersi proprio a noi per invitarci ad entrare nel palazzo a visitarlo, a scoprire ciò che nelle foto è solo suggerito frammentariamente.

E I Santini Del Prete come si presentano? Recitano la loro parte come al solito, con la voglia di essere ripresi mentre posano in maniera quasi ostentata, nessuna illusione di naturalezza (possono mai essere naturali due ferrovieri che fanno gli artisti, anzi i non-artisti?). Spesso guardando, uno o entrambi, direttamente in macchina, ammiccano, a volte con fare filosofico, a volte enigmatico, assurdo, facendosi beffe innanzitutto di se stessi e servendosi della ritualità della divisa (ora con il cappello, ora senza, con fischietto, senza scarpe, ecc.). Il tutto in perfetta armonia, un’armonia, si badi bene, non meccanica, né simmetrica, un’armonia un po’ dissonante, perché Santini e Del Prete, come Jin (cui appartiene il Del Prete, che è acqua) e Jang (cui appartiene il Santini che è fuoco) che producono l’armonia dell’universo, sono complementari, ma non si annullano nel sodalizio artistico: sono sempre il Santini + il Del Prete.

 gennaio 2000

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